RECENSIONE - “Il primo fiore di zafferano “ di Laila Ibrahim

Titolo: Il primo fiore di zafferano ; titolo originale “Yellow crocus”
Autrice: Laila Ibrahim
Editore: AmazonCrossing
Genere: romanzo storico
Formato: cartaceo / e-book
Prezzo:      9.90 € / 1,99  €
Data pubblicazione: 27 settembre 2016
Pagine: 254 pagine
Serie:  autoconclusivo
Pagina autrice

Elisbeth Wainwright è la figlia primogenita di un ricco proprietario di piantagioni di tabacco della Virginia, alla fine dell’800, periodo storico della schiavitù dei neri. Alla nascita, come consuetudine, viene affidata fin dai sui primi vagiti, alle cure della balia Mattie, schiava di colore che è stata obbligata a lasciare il figlio appena nato, Samuel, per accudire la neonata dei padroni. Il rapporto che si instaura tra le due è pieno d’ affetto e dolcezza, Mattie si prende cura senza limiti della bambina creando con lei un legame talmente intimo e stretto che Lisabeth non riesce più a fare a meno di lei. Mattie colma appieno il bisogno d’amore della bambina che non lo riceve dai genitori freddi e disinteressati dei suoi bisogni e della sua crescita, costretti e stereotipati in convenzioni che allontano dai veri affetti e dalla condivisione pura.
Mettie e la sua famiglia colmano il bisogno d’amore della piccina e le mostrano il valore reale e libero da convenzioni di persone, cose e relazioni. Mattie segue e guida Lisbeth nel suo percorso di crescita e le mostra anche la brutalità dello schiavismo e la sua insensata mancanza di rispetto per l’umanità, trincerandosi dietro una giustificazione vana e una moralità falsa e vuota.
C’è sempre uno spazio enorme che divide le loro vite e non sarà colmabile mai, ma Lisbeth , ha imparato un nuovo modo di vedere le cose e non può accettare di continuare a chiudere gli occhi su una realtà becera e vuota e farà le sue scelte, rifiuterà di farsi schiacciare dal conformismo creando il proprio destino con forza e coraggio inusuali per una donna del periodo.
Anche quando si ritroveranno le due donne non potranno cancellare l’origine del loro incontro e rimarranno distanti e incapaci di superare lo spazio creato dalla sofferenza che lo schiavismo ha inciso nelle loro vite.

( Tradotto e adattato dal sito dell’autrice)

Laila Ibrahim è cresciuta a Whittier, in California, all'estremità orientale della contea di Los Angeles, e si è trasferita a Oakland, in California, per frequentare il Mills College, dove ha studiato psicologia e sviluppo infantile. Dopo aver conseguito un Master in Sviluppo Umano, ha capito che voleva fare più mani sul lavoro con i bambini, e ha aperto la sua scuola materna: la Scuola per Bambini di Woolsey. La sua educazione e le esperienze di educatore e genitore forniscono ampio spazio per la sua scrittura, in particolare il suo studio di Teoria dell'allegato e multiculturalismo. Vive in una piccola comunità di co-housing a Berkeley con sua moglie, Rinda, un amministratore della scuola pubblica. É madre di due femmine e due maschi.

Laila ha auto-pubblicato Yellow Crocus (Il primo fiore di zafferano), suo libro d’esordio, nel 2011 dopo che gli agenti le hanno ripetutamente detto che nessuno vorrebbe leggere una storia sull'amore tra una donna nera asservita e la sua carica bianca privilegiata. Nel corso degli anni i lettori hanno dimostrato che si sbagliavano. È diventata una scrittrice a tempo pieno nel 2015.

Quando scelgo un libro da leggere mi faccio guidare dalle emozioni che mi passa il titolo, non tanto la copertina, ma piuttosto l’originalità del titolo attira la mia attenzione. Anche “Il primo fiore di zafferano” l’ho scelto per questo motivo, il titolo era pieno di promesse e mi ha spinto ad acquistarlo. Ho impiegato solo un paio di giorni a leggerlo sul mio Kindle, lo leggevo in ogni momento libero, divorandone le pagine, facendomi prendere dalla narrazione e chiedendomi ad ogni pagina cosa sarebbe accaduto. Mi sono schierata e ho patito, ho gioito e mi sono indignata.

Il romanzo è ambientato nella Virgina tra il 1837 e il 1859 nel periodo delle piantagioni di tabacco, al tempo in cui la schiavitù era ancora una pratica accettata e praticata. Elisabeth nasce da una famiglia ricchissima e alla nascita, come era uso comune, viene affidata alle cure di una balia schiava nera, che aveva avuto un bambino e che era stata allontanata dal figlio per accudire e nutrire la figlia del padrone. La madre di Elisabeth è una donna fredda, stretta tra la morsa delle convenzioni, apatica e assoggettata non solo al marito, ma soprattutto alla suocera, donna arcigna, cattiva e a tratti anche violenta. Il padre è uno schiavista convinto, che tratta i suoi schiavi come proprietà. Mettie, così si chiama la balia, invece con la sua dolcezza e la sua dedizione si pende cura di lei. È una giovane donna molto religiosa, ricca d’amore e di valori veri, che riempie il vuoto dell’animo della bambina e la fa crescere saggia e con la capacità di andare aldilà di ciò che tutti riescono a vedere. Lisbeth, come la chiama Mettie, scopre la crudezza della schiavitù e non ne accetta né i presupposti, né le scelte fino a dissociarsi dai comportamenti e dai pregiudizi che la sostengono, rifiutando la sua stessa famiglia e cercando la libertà e l’amore oltre che il rispetto per la vita, qualunque sia il colore della pelle, fuori da ciò che le appartiene da sempre. Anche Mettie fa una scelta di grande coraggio e dimostra di essere una donna forte e piena d’amore, capace di grandi scelte e di totale dedizione. Mattie è una donna attaccata alla vita, capace d’amore e di intelligenza emotiva, sa creare legami, sa dare speranza, sa trovare risposte alle domande sull’esistenza, sul mondo, sulla vita. Non nasconde il suo intimo e sa condividere le emozioni. Di una linearità sorprendente i suoi pensieri, le sue argomentazioni che plasmano l’anima assetata di verità di Elisabeth che conosce solo false verità e pregiudizi. Chiunque si avvicini a lei scopre la sua forza e anche chi non può starle vicino sempre, rimane legata a lei con un legame semplice, ma durevole e arricchente.
Mettie non si perde mai d’animo e si abbandona ad un Dio che è certa la soccorrerà quando lei non può fare più nulla con le sue forze umane.
Elisabeth, è l’opposto della madre e delle sue amiche, rappresenta il rifiuto di uniformarsi ad una realtà sbagliata, che non sa vedere l’errore sul quale si fonda, che si trova scuse per giustificare ciò che non è giustificabile. Lisbeth ha il coraggio della lotta, non ha paura di affrontare l’ignoto o peggio ancora, le difficoltà che una scelta dirompente la normalità comporta, non si appiattisce, non si adegua, non accetta, titanica.
Le descrizioni dei luoghi e delle emozioni sono limpide e leggere, ti catapultano dentro quel mondo e ti fanno contare gli scalini con la protagonista, ti fanno sentire l’odore del sangue, i profumi sulla pelle dei bambini, tasti la rugosità delle mani e le loro callosità o percepisci la mollezza dei tessuti, vedi i colori e soprattutto il giallo dello zafferano appena sbocciato che porta la primavera. I crocus che spuntano e dei quali si va alla ricerca come un tesoro, per i quali si mangiano i fagioli dell’occhio, cibo delle feste, avvertono che è arrivata la primavera e che inizia una nuova opportunità di vita, un nuovo inizio, sono la speranza che non muore mai neanche davanti al più nefasto degli eventi, neanche all’agguato della vita che ti stronca e ti toglie ogni speranza. Il giallo prepotente dello zafferano ti dice che c’è un’altra possibilità.
Nel filone dei romanzi sulla schiavitù molto conosciuti come “Radici” di Alex Haley, “Amatissima “ di Toni Morrison ( vincitore del premio Nobel per la letteratura) “La ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead solo per citarne alcuni, l’autrice traccia una storia intensa, piena di emozioni, limpida che si dipana veloce e che ti coinvolge. Le due eroine sono alla pari nella loro grandezza, non tieni né per l’una né per l’altra, come se fossero in antitesi, ma vivi il loro legame speciale e il cambiamento che esso portò nella vita di entrambe.
Mai sovrabbondante, la scrittura traccia con leggerezza i personaggi, narra la storia e non crea confusione, ma ti accompagna nello svolgersi degli eventi materiali e interiori dei personaggi che creano il romanzo, facendoti sentire parte di ciò che avviene, facendoti entrare nelle vite, nei pensieri e nei desideri di queste donne che alla fine, pur costrette ad essere lontane nel reale, non lo saranno mai nelle stanze del cuore.
Lo consiglierei a chi ama i romanzi in cui il tema centrale sono i sentimenti, nei quali la protagonista è una figura femminile, che amano il romanzo storico e chiedono al libro che leggono che esso non ti lasci indifferente, ma ti chieda di prendere una posizione.

Buona lettura!




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